Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.
……………………………………
E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo…

La poesia che introduce questo post è stata scritta da Eugenio Montale, poeta vincitore di premio Nobel per la letteratura, che alcuni classificano come ermetico. In questi giorni è tornata, questa poesia, grazie al ghost-writer di Renzi -non lo conosco ma deve esserci- in cui ci sono dei sorprendenti punti di contatto con lo SlowTraveller.

la preparazione del viaggio…

il piacere dell’arrivo (non solo il ritorno)…

la sottile insoddisfazione per avere programmato tutto e la “paura” che tutto vada bene…

e allora dove sarebbe il gusto del viaggio?

non tanto nell’accadimento imprevisto, ma nella possibilità che lasciamo a noi stessi, nel corso del viaggio, di cambiare destinazione, itinerario, svolgimento. Nell’uscire fuori dall’immaginato e già vissuto.